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Foyer 2006
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Anno 2007Memorie di un poeta viaggiatore
Non mi lascerò scappare il Lorenzo Da Ponte di David Riondino, Fabio Battistelli e Stefano Bollani. No, per nessuna ragione al mondo, dovessi arrivare a nuoto al Festival delle Nazioni.
Dite che a Città di Castello il mare non c’è? Beh, non sarà questo a fermarmi. Cosa sarebbe un viaggio senza immaginazione? E quale migliore occasione delle memorie di questo grande poeta viaggiatore vissuto a cavallo tra due secoli e due continenti per dimostrarlo? «Un magistrale mix di realtà e finzione pervaso dello stesso senso del meraviglioso che sprigiona il Candide di Voltaire».
Così definisce Riondino questo libro. Infatti, sebbene si trovasse già nel mezzo della temperie romantica Da Ponte creò un libro tutto settecentesco. Privo di ogni sentimentalismo e di introspezione. Ricco invece di amori fantasiosi, avventure, sviluppi inverosimili. Da uomo di spettacolo qual era, pose se stesso al centro della scena in un mulinare di amanti segrete, amici implacabili, tradimenti fatali. Come il protagonista di un’opera buffa, il genere nel quale eccelleva.
Sebbene nella sua carriera Da Ponte abbia scritto o ritoccato più di cinquanta libretti d’opera, la sua fama è legata indissolubilmente a Mozart e ai capolavori nati dalla collaborazione con il genio di Salisburgo: Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte. Tra i due esistevano forti affinità. In entrambi era fortissimo il gusto di muoversi contro corrente, sfidando le reazioni del potere e dei benpensanti. Un gusto che anche Riondino, Battistelli e Bollani hanno sempre condiviso. E che sotterraneamente (si parva licet) lega il narratore e il pianista di questa "serata d'ascolto" ai due grandi artisti cui è dedicata.
Sia Riondino che Battistelli che Bollani amano mettersi in gioco e sfidare le convenzioni. Il primo è cantante, scrittore, drammaturgo, regista oltre che un formidabile improvvisatore in versi. Il secondo compositore puro. Il terzo, pianista di formazione classica ma capace di spaziare da Mozart a Monk a Renato Carosone è musicista troppo estroso e versatile per essere considerato semplicemente un jazzista. Ma vista la scelta del soggetto e la felice indisciplina creativa dei Nostri è lecito attendersi una serata d'ascolto da non perdere.
«Ho scelto di ridurre il viaggio in quattro parti, rispettando le tappe principali delle Memorie», spiega Riondino. La prima è quella della Venezia casanoviana in cui Da Ponte si cimentava con le prime composizioni poetiche, rievocando il passato da seminarista, prima a Ceneda la sua città natale, poi a Portogruaro. La seconda è quella relativa al periodo di Dresda e Vienna: «Sono gli anni più fecondi e dei suoi grandi successi con Salieri e con Mozart. A Vienna Da Ponte riuscì a restare in sella per oltre dieci anni come poeta dei grandi teatri imperiali. Poi fu costretto a fuggire».
La terza riguarda il periodo londinese: «A Londra, arrivò nel 1793 inseguito dai creditori. Qui aveva sposato una ricca ereditiera di diversi anni più grande di lui, riuscendo a imporsi di nuovo come poeta teatrale di un certo successo. Ma presto dovette abbandonare anche le rive del Tamigi, anzi fuggire». La quarta parte coincide con il periodo americano: «Quando sbarcò negli Usa aveva cinquantasei anni. Visse prima a Philadelphia e poi a New York intraprendendo mille mestieri. Tradusse Dante, scrisse un Trattato in difesa della letteratura italiana e arrivò perfino ad aprire una drogheria. Particolarmente apprezzati i suoi distillati di grappa».
Per quel che riguarda la musica, Stefano Bollani mette le mani avanti: «Mozart è solo una fonte di ispirazione», spiega il pianista. «Del genio di Salisburgo però rimarrà la leggerezza, anche solo come stile pianistico e lo spirito del gioco». Mozart scrisse gran parte delle sue cose più belle quando era adolescente», prosegue Bollani «e si deve anche a questo la freschezza delle sue sonate. Ho scelto perciò di evitare un atteggiamento riverente nei suoi confronti. Ovviamente userò alcuni suoi temi, ma solo per giocarci attorno. Qualcuno potrà riconoscerli ma anche no. Non dimentichiamo che alla fine dei suoi concerti Mozart si divertiva a improvvisare sui temi suggeriti dal pubblico costruendo quel che oggi di definirebbe un medley. Perciò credo che quello da noi intrapreso sia lo spirito giusto».
di Alberto Dentice



