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Lo spettatore va in scena

Intervista a Michal Znaniecki: la Polonia attraverso il sublime incontro tra teatro di prosa e musica classica

Michal Znaniecki è un amante della Commedia dell’arte italiana, un regista polacco che, attraverso l’uso di diversi linguaggi, crea una forma d’arte che varca le soglie del consueto. La scelta di luoghi alternativi come la piazza per Mandragora o il salotto per En attendant Chopin, segna la nascita di nuove affascinanti suggestioni. Znaniecki firma la regia di due spettacoli per la XXXVIII edizione del Festival delle Nazioni. Noi lo abbiamo incontrato per scoprire quali sono le note da cui trae spunto per la realizzazione delle sue opere.

Ci racconti il suo percorso artistico, perché ha scelto di fare il regista?
Sono nato in una famiglia di artisti, mia madre era prima attrice del teatro di Varsavia ed io da piccolo avevo deciso che sarei diventato un attore o un clown. Volevo essere un attore completo, saper recitare, cantare, suonare, ma poi mia madre mi disse che fare l’attore era un mestiere da adulti, così ho cambiato strada. A dieci anni, quando ancora ero alle scuole elementari, ho diretto il mio primo spettacolo: la recita scolastica.
Nel 1977, da bambino, a Varsavia ho visto Arlecchino di Strehler ed è stato in quell’occasione che ho capito che quello era il genere teatrale su cui avrei lavorato.
Durante il mio percorso all’Accademia di Varsavia dovevo scegliere una via di fuga dal ‘paese dei balocchi’. Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e quindi del regime comunista, in Polonia si è aperto un varco per noi giovani: rapide ascese e soldi facili. Chiunque poteva diventare ‘qualcuno’. In quel momento, quando tutti tornavano, io andavo via. Sono andato a Parigi prima, e poi, consigliato dal mio mito di quel momento, Wajda, ho deciso di trasferirmi a Bologna e iscrivermi al DAMS, (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo), dove ho subito cominciato a studiare regia. Ho poi seguito i corsi di teatro di Strehler a Roma e poi al Piccolo di Milano ed è stato così che ho deciso di proseguire la mia crescita e formazione artistica Italia.

All’interno del Festival delle Nazioni le sue opere si collocano proponendo un nuovo modo di presentare la musica classica: un salotto ottocentesco per celebrare Chopin, una piazza per raccontare Mandragora. Da cosa nasce la scelta di luoghi tanto insoliti in cui far interagire diversi linguaggi artistici?
Nasce dalla noia. Per me era molto difficile seguire a teatro un’intera opera, rischiavo sempre di addormentarmi poco prima della fine. A Varsavia avevo la fortuna di potere vedere il primo atto e poi il giorno dopo ritornare a teatro per seguire il secondo o il terzo. Tanto nella prosa quanto nella musica, ho rintracciato nel pubblico un forte trasporto iniziale che poi andava scemando verso la fine. Ho sempre cercato di rivolgermi a chi non è abituato al teatro.
Alla Scala di Milano ho costruito il primo ‘progetto Chopin’; si chiamava Autour de Chopin e in quell’occasione abbiamo usato tutti gli spazi alternativi del teatro, come il foyer,le scale, i palchi dove si svolgeva l’azione.
Per la realizzazione di uno spettacolo fatto di fronte al Teatro Comunale di Bologna, in Piazza Verdi, abbiamo inserito nell’orchestra degli attori musicisti che suonavano i bonghi, proponendo un modo alternativo di fruire della cultura, abbiamo creato un dialogo con la gente che non conosceva o non era abituata al teatro. Mescolare i linguaggi della musica e della prosa e scegliere spazi alternativi come i tetti, la platea, le quinte, i palchi è la mia specialità. Il pubblico vuole essere una parte attiva della rappresentazione, vuole essere coinvolto, stimolato, non trattato da idiota. E’ per questo che in En attendant Chopin si parlano tre diverse lingue; ogni attrice mette in scena la sua cultura, la sua lingua, eppure nessuno si preoccupa di capire, perché lo spettacolo è costruito in maniera tale da permettere al pubblico di costruire autonomamente un mosaico di interpretazioni che alla fine si risolve con la comprensione dello spettacolo nella sua interezza.

Ci presenti En attendant Chopin.
En attendant Chopin è un sogno. E’ il sogno di una cultura da salotto che non c’è più. Lo spettacolo è nato quando frequentavo i salotti milanesi. Allora ho pensato a Chopin, che si manteneva suonando nei salotti e insegnando musica. Mi è venuto in mente anche il grande evento organizzato a Parigi dalla principessa Belgioioso che, per l’anniversario della morte di Bellini, aveva fatto incontrare i più grandi pianisti dell’epoca, amici e nemici, che si esibivano in una gara, come i poeti di allora che si sfidavano nelle improvvisazioni. Ho cominciato una ricerca sul repertorio di Liszt, di Chopin, di Pixis, di Herz, di Czerny. Ho scoperto un mondo straordinario, ricchissimo di artisti che intrattenevano le dame nei salotti nell’Ottocento e da qui è nato prima Autour de Chopin, che è uno spettacolo di quattro ore, già rappresentato al Teatro alla Scala di Milano e al Teatro Nazionale di Varsavia con la Fenice, e poi En attendant Chopin. E’ una versione più ridotta e più leggera che si realizza con le opere meno conosciute di Chopin: i brani a quattro mani, quelli trascritti da Chopin, come Casta Diva dalla Norma di Bellini che fu trascritto con un errore a seguito di un’interpretazione cantata da Meyerbeer con un’intonazione diversa dall’originale. Ed è così che verrà interpretata in En attendant Chopin. E’ la rappresentazione di un gioco frutto del bisogno che ho di divertirmi come artista nella vita, non solo nel palcoscenico.

Quali sono le scelte che ha fatto riguardo ai costumi e alla scenografia?
Sono state scelte filologiche. Per me ‘filologico’ vuol dire fedele all’originale e non alla tradizione; è un concetto molto semplice ma che a volte può risultare complesso. Trovare l’atmosfera di quello che abbiamo perso, l’atmosfera del salotto, in cui tutti possono sentirsi liberi, coinvolti, divertiti o tristi. Creiamo un riferimento all’Ottocento con dei costumi ottocenteschi, seguendo i personaggi storici veri: Delfina Pototcka, la Principessa Belgioioso, Gorge Sand che apparirà vestita come appare in alcuni quadri dell’epoca e altri ospiti del salotto che si mescolano con il pubblico, brindano con lui e raccontano le loro storie, coinvolgendolo fino ad insegnargli alcuni canti polacchi di Chopin. Il pubblico si siede vicino al pianoforte, parla con gli attori, pone domande, ai quali essi rispondono improvvisando. Si tratta di una messa in scena che si allontana dallo stile teatrale canonico che vede gli attori e il pubblico nettamente separati da un palcoscenico, ma piuttosto, si tratta di un tentativo di creare un unico ambiente, il salotto, di cui il pubblico fa parte.

Al Festival lei presenterà in prima assoluta anche la Mandragora...
Mandragora storicamente è un intermezzo da inserire nel Borghese Gentiluomo di Moliere.
Una parte della versione originale dell’intermezzo è stata musicata da Lully per il suo Ballet des Nations; poi negli anni, i grandi registi di prosa sostituivano questo intermezzo con degli altri, composti apposta per rendere musicalmente più attuale la commedia di Moliere. Così Richard Strauss scriveva Ariadne auf Naxos per la versione tedesca e austriaca, musica che è poi diventata un’opera a sè stante. Szymanowski, in Polonia, scriveva per Leon Schiller un’altra versione dell’intermezzo del Borghese Gentiluomo, all’epoca rappresentato al teatro Polski, il primo Teatro Nazionale polacco dopo l’indipendenza. Schiller non voleva che l’intermezzo fosse un balletto, fu così che chiese a Szymanowski di comporre una musica per una pantomima.
Le musiche di Mandragora danno vita ad una Commedia dell’arte che valica le soglie della tradizione italiana; è una commedia dell’arte per stranieri, un po’ come fosse una pizza con l’ananas: un’opera che affonda le sue radici nella cultura teatrale italiana ma che in fondo si rivolge ad un pubblico europeo. E’ divertente riscoprire come , nel 1920, i polacchi vedevano la commedia dell’arte: Arlecchino, Colombina, il dottore, Pantalone e altri personaggi fantastici venivano presentati e immaginati dal pubblico in maniera estremamente stereotipata.
La piazza sarà il luogo dell’azione, una piazza in cui i tetti e le finestre di un palazzo si trasformeranno in piccoli palcoscenici, in cui personaggi fantastici daranno vita ad una forma d’arte colorata da luci e ombre e da immagini che cambiano colore. Credo di portare avanti un percorso legato ad una teatralità che faccia sognare il pubblico, che faccia sognare gli attori, che liberi delle emozioni forti, continue e diverse.

a cura di Valeria Tringali