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§ Foyer 2005
Foyer 2005
IndiceI mille suoni della Polonia
Omaggio all'Europa di Chopin
I corsi di perfezionamento musicale: Un'esperienza formativa di grande rilievo per giovani artisti
Eventi Collaterali: lungo le strade della Polonia
Intervista a Michal Znaniecki:Lo spettatore va in scena,la Polonia attraverso il sublime incontro tra teatro di prosa e musica classica
Programma delle passate edizioni
Anno 2001 Omaggio all'AustriaAnno 2002 Omaggio alla Russia
Anno 2003 Omaggio alla Nuova Europa
Anno 2004 La nuova Italia
Anno 2005 Omaggio alla Polonia
Anno 2006 Omaggio alla Repubblica Ceca
Anno 2007 Omaggio alla Spagna
Anno 2008 Omaggio ad Israele
Anno 2009 Omaggio alla Gran Bretagna
Anno 2010 Omaggio alla Russia
Programma delle passate edizioni dei corsi di Perfezionamento musicale "Luigi Angelini"
Anno 2002Anno 2003
Anno 2004
Anno 2005
Anno 2006
Anno 2007
Anno 2008
Anno 2009
Anno 2010
Foyer
Foyer Marzo 2003Foyer Dicembre 2003
Foyer Agosto 2004
Foyer Agosto 2005
Foyer Luglio 2006
Foyer Agosto 2007
Foyer Agosto 2008
Foyer Agosto 2009
I Partner delle passate edizioni
Anno 2007Anno 2008
Anno 2009
Anno 2010
Rassegna stampa delle passate edizioni
Anno 2010Lo spettatore va in scena
Intervista a Michal Znaniecki: la Polonia attraverso il sublime incontro tra teatro di prosa e musica classica
Michal Znaniecki è un amante della Commedia dell’arte italiana, un regista polacco che, attraverso l’uso di diversi linguaggi, crea una forma d’arte che varca le soglie del consueto. La scelta di luoghi alternativi come la piazza per Mandragora o il salotto per En attendant Chopin, segna la nascita di nuove affascinanti suggestioni. Znaniecki firma la regia di due spettacoli per la XXXVIII edizione del Festival delle Nazioni. Noi lo abbiamo incontrato per scoprire quali sono le note da cui trae spunto per la realizzazione delle sue opere.
Ci racconti il suo percorso artistico, perché ha
scelto di fare il regista?
Sono nato in una famiglia di artisti, mia madre era prima
attrice del teatro di Varsavia ed io da piccolo avevo deciso
che sarei diventato un attore o un clown. Volevo essere un
attore completo, saper recitare, cantare, suonare, ma poi
mia madre mi disse che fare l’attore era un mestiere
da adulti, così ho cambiato strada. A dieci anni,
quando ancora ero alle scuole elementari, ho diretto il mio
primo spettacolo: la recita scolastica.
Nel 1977, da bambino, a Varsavia ho visto Arlecchino di Strehler
ed è stato in quell’occasione che ho capito
che quello era il genere teatrale su cui avrei lavorato.
Durante il mio percorso all’Accademia di Varsavia dovevo
scegliere una via di fuga dal ‘paese dei balocchi’.
Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino e quindi del
regime comunista, in Polonia si è aperto un varco
per noi giovani: rapide ascese e soldi facili. Chiunque poteva
diventare ‘qualcuno’. In quel momento, quando
tutti tornavano, io andavo via. Sono andato a Parigi prima,
e poi, consigliato dal mio mito di quel momento, Wajda, ho
deciso di trasferirmi a Bologna e iscrivermi al DAMS, (Discipline
delle Arti, della Musica e dello Spettacolo), dove ho subito
cominciato a studiare regia. Ho poi seguito i corsi di teatro
di Strehler a Roma e poi al Piccolo di Milano ed è stato
così che ho deciso di proseguire la mia crescita e
formazione artistica Italia.
All’interno del Festival delle Nazioni le
sue opere si collocano proponendo un nuovo modo di presentare
la musica
classica: un salotto ottocentesco per celebrare Chopin, una
piazza per raccontare Mandragora. Da cosa nasce la scelta
di luoghi tanto insoliti in cui far interagire diversi linguaggi
artistici?
Nasce dalla noia. Per me era molto difficile seguire a teatro
un’intera opera, rischiavo sempre di addormentarmi
poco prima della fine. A Varsavia avevo la fortuna di potere
vedere il primo atto e poi il giorno dopo ritornare a teatro
per seguire il secondo o il terzo. Tanto nella prosa quanto
nella musica, ho rintracciato nel pubblico un forte trasporto
iniziale che poi andava scemando verso la fine. Ho sempre
cercato di rivolgermi a chi non è abituato al teatro.
Alla Scala di Milano ho costruito il primo ‘progetto
Chopin’; si chiamava Autour de Chopin e in quell’occasione
abbiamo usato tutti gli spazi alternativi del teatro, come
il foyer,le scale, i palchi dove si svolgeva l’azione.
Per la realizzazione di uno spettacolo fatto di fronte al
Teatro Comunale di Bologna, in Piazza Verdi, abbiamo inserito
nell’orchestra degli attori musicisti che suonavano
i bonghi, proponendo un modo alternativo di fruire della
cultura, abbiamo creato un dialogo con la gente che non conosceva
o non era abituata al teatro. Mescolare i linguaggi della
musica e della prosa e scegliere spazi alternativi come i
tetti, la platea, le quinte, i palchi è la mia specialità.
Il pubblico vuole essere una parte attiva della rappresentazione,
vuole essere coinvolto, stimolato, non trattato da idiota.
E’ per questo che in En attendant Chopin si parlano
tre diverse lingue; ogni attrice mette in scena la sua cultura,
la sua lingua, eppure nessuno si preoccupa di capire, perché lo
spettacolo è costruito in maniera tale da permettere
al pubblico di costruire autonomamente un mosaico di interpretazioni
che alla fine si risolve con la comprensione dello spettacolo
nella sua interezza.
Ci presenti En attendant Chopin.
En attendant Chopin è un sogno. E’ il sogno
di una cultura da salotto che non c’è più.
Lo spettacolo è nato quando frequentavo i salotti
milanesi. Allora ho pensato a Chopin, che si manteneva suonando
nei salotti e insegnando musica. Mi è venuto in mente
anche il grande evento organizzato a Parigi dalla principessa
Belgioioso che, per l’anniversario della morte di Bellini,
aveva fatto incontrare i più grandi pianisti dell’epoca,
amici e nemici, che si esibivano in una gara, come i poeti
di allora che si sfidavano nelle improvvisazioni. Ho cominciato
una ricerca sul repertorio di Liszt, di Chopin, di Pixis,
di Herz, di Czerny. Ho scoperto un mondo straordinario, ricchissimo
di artisti che intrattenevano le dame nei salotti nell’Ottocento
e da qui è nato prima Autour de Chopin, che è uno
spettacolo di quattro ore, già rappresentato al Teatro
alla Scala di Milano e al Teatro Nazionale di Varsavia con
la Fenice, e poi En attendant Chopin. E’ una versione
più ridotta e più leggera che si realizza con
le opere meno conosciute di Chopin: i brani a quattro mani,
quelli trascritti da Chopin, come Casta Diva dalla Norma
di Bellini che fu trascritto con un errore a seguito di un’interpretazione
cantata da Meyerbeer con un’intonazione diversa dall’originale.
Ed è così che verrà interpretata in
En attendant Chopin. E’ la rappresentazione di un gioco
frutto del bisogno che ho di divertirmi come artista nella
vita, non solo nel palcoscenico.
Quali sono le scelte che ha fatto riguardo ai costumi e
alla scenografia?
Sono state scelte filologiche. Per me ‘filologico’ vuol
dire fedele all’originale e non alla tradizione; è un
concetto molto semplice ma che a volte può risultare
complesso. Trovare l’atmosfera di quello che abbiamo
perso, l’atmosfera del salotto, in cui tutti possono
sentirsi liberi, coinvolti, divertiti o tristi. Creiamo un
riferimento all’Ottocento con dei costumi ottocenteschi,
seguendo i personaggi storici veri: Delfina Pototcka, la
Principessa Belgioioso, Gorge Sand che apparirà vestita
come appare in alcuni quadri dell’epoca e altri ospiti
del salotto che si mescolano con il pubblico, brindano con
lui e raccontano le loro storie, coinvolgendolo fino ad insegnargli
alcuni canti polacchi di Chopin. Il pubblico si siede vicino
al pianoforte, parla con gli attori, pone domande, ai quali
essi rispondono improvvisando. Si tratta di una messa in
scena che si allontana dallo stile teatrale canonico che
vede gli attori e il pubblico nettamente separati da un palcoscenico,
ma piuttosto, si tratta di un tentativo di creare un unico
ambiente, il salotto, di cui il pubblico fa parte.
Al Festival lei presenterà in
prima assoluta anche la Mandragora...
Mandragora storicamente è un intermezzo da inserire
nel Borghese Gentiluomo di Moliere.
Una parte della versione originale dell’intermezzo è stata
musicata da Lully per il suo Ballet des Nations; poi negli
anni, i grandi registi di prosa sostituivano questo intermezzo
con degli altri, composti apposta per rendere musicalmente
più attuale la commedia di Moliere. Così Richard
Strauss scriveva Ariadne auf Naxos per la versione tedesca
e austriaca, musica che è poi diventata un’opera
a sè stante. Szymanowski, in Polonia, scriveva per
Leon Schiller un’altra versione dell’intermezzo
del Borghese Gentiluomo, all’epoca rappresentato al
teatro Polski, il primo Teatro Nazionale polacco dopo l’indipendenza.
Schiller non voleva che l’intermezzo fosse un balletto,
fu così che chiese a Szymanowski di comporre una musica
per una pantomima.
Le musiche di Mandragora danno vita ad una Commedia dell’arte
che valica le soglie della tradizione italiana; è una
commedia dell’arte per stranieri, un po’ come
fosse una pizza con l’ananas: un’opera che affonda
le sue radici nella cultura teatrale italiana ma che in fondo
si rivolge ad un pubblico europeo. E’ divertente riscoprire
come , nel 1920, i polacchi vedevano la commedia dell’arte:
Arlecchino, Colombina, il dottore, Pantalone e altri personaggi
fantastici venivano presentati e immaginati dal pubblico
in maniera estremamente stereotipata.
La piazza sarà il luogo dell’azione, una piazza
in cui i tetti e le finestre di un palazzo si trasformeranno
in piccoli palcoscenici, in cui personaggi fantastici daranno
vita ad una forma d’arte colorata da luci e ombre e
da immagini che cambiano colore. Credo di portare avanti
un percorso legato ad una teatralità che faccia sognare
il pubblico, che faccia sognare gli attori, che liberi delle
emozioni forti, continue e diverse.
a cura di Valeria Tringali



