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  • § Foyer 2009

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HÄNDEL Dalla Germania all’Inghilterra sostando in Italia

La 42ma edizione del Festival delle Nazioni leva il sipario con i Filarmonici del Teatro Comunale di Bologna diretti da Peter Selwyn, giovane e affermato musicista londinese. Assolutamente british il concerto dei Filarmonici - formazione da camera tra le più brillanti ed eclettiche del panorama internazionale - con la unica eccezione della Serenta per archi op. 6 del compositore boemo Josef Suk, allievo illustre di Antonín Dvorák. Si parte, dunque, dalle note della celebre Serenata in mi minore op. 20 del tardo-romantico sir Edward Elgar che cede il passo alla St. Paul Suite per archi di Gustav Theodore Holst. E di Benjamin Britten, il più grande compositore britannico del XX secolo, i Filarmonici del Teatro Comunale di Bologna si fanno interpreti del Prelude and Fugue per 18 archi, composizione che rivela a tutto tondo quel procedimento timbrico e strumentale unito a quella sensibilità assai personale e inconfondibile dello stile di Britten.

Cinquant’anni ma non li dimostrano. I Solisti Veneti, lo storico gruppo veneziano che raggiunge il traguardo del 50° anno dalla propria fondazione, impaginano per il concerto di Città di Castello un programma di estrema raffinatezza dal titolo Le radici italiane di Händel. Nato nel cuore della Germania, Händel inizia ben presto i suoi viaggi che lo portano spesso in Italia, dove viene a contatto con la tradizione e gli ambienti musicali più illustri e fervidi. Sue tappe sono Firenze, Roma, Napoli e soprattutto Venezia, all’epoca il più grande emporio musicale d’Europa, dove la sua Agrippina - la cui Ouverture sarà interpretata dai Solisti Veneti nel concerto del Festival - è un autentico trionfo. E dal ritorno dall’Italia decide di stabilirsi definitivamente a Londra, dove cerca di far attecchire lo stile operistico italiano. Grande innovatore, Händel concepì anche la sua produzione strumentale sempre su modello italiano, nonostante i suoi concerti abbiano una vastità e un respiro di proporzioni sino ad allora sconosciuti. Come straordinaria è l’interpretazione, originale e assai brillante nei timbri sonori, che ne danno I Solisti Veneti, diretti dal “padre fondatore” Claudio Scimone.
Accanto al Concerto Grosso op. 6 n. 5 in Re Maggiore e il Concerto il sol minore per oboe e archi, ecco l’accostamento ai “modelli italiani” handeliani come la Fuga di Gallario Riccoleno di Arcangelo Corelli, e i vivaldiani Concerto in Re Maggiore RV93 per mandolino e archi e il Concerto n. 11 in re minore RV 565 per 2 violini, violoncello e archi dall’Opera Terza L’Estro Armonico.