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  • § Foyer 2007

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Il nuovo spettacolo dedicato all'incontro tra le religioni monoteiste

Moni Ovadia, il suo mondo è la Bibbia

Moni Ovadia Ci si permetta di immaginare la grande gioia che può provare Moni Ovadia nel prendere parte ad un Festival dedicato alla Spagna, dove negli ultimi decenni del XV secolo re Ferdinando e la regina Isabella, in nome del cattolicesimo, cacciarono, dopo secoli di convivenza, Ebrei e Musulmani.

Un fatto grave che ha segnato una data fra le più oscure della Storia, nel segno di una religione che in quegli anni aveva un comportamento terribile, ferocemente persecutorio.
Nel frattempo, molta acqua è passata sotto i ponti, ma il cruccio gli ebrei se lo sono portato addosso per secoli.
Difficile dimenticare.
Non sarebbe più il caso di parlarne, tuttavia la presenza di Ovadia ad una manifestazione dedicata alla civiltà musicale iberica finisce con l’assumere un significato speciale, a causa del lungo filo rosso che idealmente lo lega ai suoi antenati.

Siamo infatti di fronte ad un artista che ha sempre tenuto molto alle proprie radici, che non ha mai smesso di mettere l’accento nelle sue performances teatrali da dove viene, a quali percorsi si richiama il suo sangue. Se non fosse stato a Città di Castello, con i “Canti per la pace”, si sarebbe avvertita la sua mancanza, ci saremmo chiesti il perché dell’assenza della voce malinconicamente ideologica che tra rabbia e speranza rappresenta in questo momento uno dei maggiori fenomeni della scena italiana.

Ovadia invece c’è, ed è una presenza essenzialmente musicale e canora come lo è sempre nei suoi spettacoli anche quando, in veste di attore, deve fare i conti con la recitazione. Va salutato come portatore della ricca teatralità ebraica, attualmente uno dei maggiori rappresentanti, largamente conosciuto dal nostro pubblico che non gli ha mai lesinato applausi. Sebbene sia bulgaro di nascita, ha avuto sempre la sensazione di provenire da un altrove con lingue e mezze lingue che sanno di lunghi esili. Un sapore sconfinato, inquietante.

Negli anni ‘70 è arrivato fra noi con un bel carico di musiche etniche e di song brechtiani, pilastri di quel cabaret yiddish che ha poi fatto la sua fortuna con il racconto di valori universali. Le sue esibizioni si distinguono per la grazia ma anche per la violenta intensità, un mix che travolge, imbastito da canzoni di potere e di miseria, di sopraffazione e di fame, di cannoni e di solidarietà. Motivi che si dispiegano che la Theater Orchestra (la formazione musicale stabile di Ovadia) trasforma in suoni ora ironici e ora disperati, contraltare in cui si alternano comicità e dramma.

Dice Ovadia “la mia carta d’identità, il mio passaporto, la mia patente, la mia casa sono italiani, ma in scena sono uno straniero, il canto e le storie che mi hanno nutrito sono stranieri, rappresento lo spaesamento, il marchio giallo dell’infamia che la mia gente ha subito”. Ed aggiunge: “Sono orgoglioso ora di rientrare, sia pure di straforo, e non propriamente sul suo terreno, in quella Spagna che per fortuna nei tempi moderni non ha più niente a che fare con quella di un ieri nemica dei diritti universali dell’uomo.

È bello stare a Città di Castello insieme con i suoi grandi autori, con i suoi nomi più prestigiosi, vuol dire che ha finalmente vinto la tolleranza”. Non appena si trova su un palcoscenico il Nostro è afferrato dall’ansia di parlare, di affabulare, una torrenzialità che mette insieme politica e teatro, ebraismo e repertorio, dolori personali e grandi scacchi dei popoli. Insiste certamente sul mondo yiddish e sulla magnifica sonorità delle sue espressioni. Nostalgia di una identità, costante richiamo all’esodo che diventa, conclamato o celato fra le righe, l’aspetto più pregnante.

Numerosi sono ormai i contributi di Ovadia nei festival e sui normali palcoscenici teatrali con spettacoli improntati ad un personalissimo stile, cantore della sua gente e della sua cultura. Ha sempre presente che gli ebrei cantano tutti, anche quelli stonati, un aspetto che non si lascia mai sfuggire cogliendo cosi’ l’occasione come se si trovasse in una sinagoga dove c’è chi urla, c’è chi salmodia, chi biascica, chi canta con lirismo o tormento, rappresentazione di un pathos intensissimo.

La sinagoga, come si sa, è il vero teatro ebraico, fonte di una straordinaria teatralità. Il canto, dunque, non come ingrediente, ma imprescindibile, basilare, espressione di sentimento e di sfida. Tra parole e musica, l’obiettivo di Ovadia è di inscenare il pianeta uomo visto nel suo senso di pace e di condanna della guerra e delle persecuzioni. Un messaggio che porta in giro con passione e sofferenza. Non è un caso che la prima parola della Bibbia significa “in principio’’ che, secondo i maestri è anagrammabile in shir elm cioè “Canto a Dio’’.

Quindi tutto è cominciato con il canto, anzi tutto è cominciato per la voluttà di un canto, e forse, con il tempo, si riscatterà con un canto. L’odierno elemento decisivo è la riscoperta della musica tradizionale, in particolare la musica Kletzmer, musica confluita nei più diversi generi, contaminata da diverse etnie. Si tratta di un patrimonio ricchissimo trasmesso da artisti itineranti, come lo sono appunto Ovadia e i suoi strumentisti, esecutori di canti mistici.

È lo struggente occhio al passato non solo come memoria ma come atto di fede, come pietra miliare per andare avanti. Tutto nasce dall’idea del corpo che può esplodere fisicamente attraverso le note soltanto se ha come cardine ideologico il concetto di libertà espressiva e sociale: metafora di comunicazione assoluta fra una generazione e l’altra. Ovadia e i suoi suonatori giullari creano sull’onda di suggestioni diverse, spaccati di mondi che appartengono agli ebrei della diaspora, ai loro modi ed usi, ai valori comuni difesi sotto ogni cielo.

 

Ettore Zocaro